Il Partito di lotta e di governo, teorizzato al Congresso di Venezia, non ha funzionato, la tesi secondo la quale qualcuno aveva creduto, magari anche in buona fede, che si sarebbe potuto fungere da cerniera tra la piazza ed il palazzo, tra il potere ed i movimenti, tra le risposte (che poi non sono mai arrivate) ed i bisogni, si è rivelata completamente errata. Così come ritengo sia completamente errata ogni prospettiva di liquidazione di RC, passando sopra le teste di chi il Partito lo porta avanti, dimenticando che laddove si liquida un partito non si liquida soltanto un simbolo o una bandiera ma con essi si liquidano la speranza, il lavoro, la fatica, il sudore, i sacrifici di tante compagne e di tanti compagni che tutti i giorni si fanno in quattro per portare avanti la nostra idea di società. Voglio passare per un attimo, prima di tornare a temi più specifici del Congresso, alle questioni interne di questo Circolo.
Dicevo nella parte introduttiva di questa relazione che ogni congresso è tempo di bilanci e di programmazione dell’azione politica che si vuole intraprendere per il futuro.
E lo è, ovviamente, anche per questo piccolo circolo.
È giunto il momento anche per noi di tirare le somme di ciò che fino ad oggi siamo riusciti a costruire, di quanto siamo riusciti ad incidere nella vita politica platanese.
Certo anche per noi, tra alterne vicende, questo è il momento più difficile che stiamo vivendo dalla costituzione del circolo, più difficile del post elezioni amministrative dello scorso anno; le difficoltà sono molteplici, dal punto di vista organizzativo, dal punto d vista economico, i problemi privati, della scuola, del lavoro (o del lavoro che troppo spesso non c’è).
Non è affatto semplice fare politica, costruire una vera e solida opposizione, che sia soprattutto sociale, all’amministrazione senza rappresentanti in consiglio comunale.
Non è semplice creare partecipazione in territori come il nostro dove la politica è ormai eccessivamente personalizzata, concepita come delega ai professionisti della politica, dove i luoghi, le occasioni di confronto, di dialogo, di democrazia si sono negli anni sempre più ristretti. Dove ogni cosa sembra pervasa da un esasperato individualismo ed il senso di comunità viene meno ogni giorno di più.
Vi ricordate il nostro entusiasmo al momento della costituzione del circolo?
Era per noi il modo di partecipare a quel progetto grande che ha come prospettiva la costruzione del socialismo, di una società liberata dalla logica del profitto e fondata sui bisogni dei cittadini, ed era, inoltre, il modo attraverso cui dare un significato sociale alla nostra esigenza di trasmettere ai cittadini della comunità platanese che c’era e c’è un altro modo di fare politica, non più intesa come gestione del potere o carrierismo ma politica come sinonimo di garanzia dell’interesse generale.
A prescindere da quelli che saranno i risultati di questo congresso, oggi io vi chiedo compagne e compagni del circolo di RC di Platania, chiedo a tutti noi un ulteriore sforzo, forse il più grande e faticoso visto il momento di estrema difficoltà, riappropriamoci delle nostre idee, della forza della nostra integrità morale, della nostra compattezza, lasciamoci stimolare di nuovo da quella passione che ci ha contraddistinto per tanto tempo e che oggi sembra essersi affievolita.
Possiamo farlo, compagni, possiamo ricostruire momenti di confronto con i cittadini, di ascolto, di dibattito, di partecipazione, di conflitto se necessario, di democrazia.
Se è vero, come spesso, tante volte, ci siamo ripetuti, di sentirci parte di una idea, di un movimento che vuole e può cambiare il mondo a partire dai luoghi in cui si vive, allora diamo nuovo vigore alla nostra militanza comunista.
E passando nuovamente all’analisi generale, forse è stato proprio il venir meno di questa militanza comunista a determinare la disfatta culminata nelle scorse elezioni politiche.
E oggi non si può fare finta che nulla sia accaduto, non si può non riconoscere che tutto ciò che oggi stiamo vivendo è il frutto di una linea politica, la linea politica delle alleanze, delle fusioni a freddo, di quella americanizzazione della politica che ha pervaso anche noi.
Così, mentre i nostri dirigenti praticavano la politica dell’alchimia, contestualmente si realizzava drammaticamente la frattura tra il partito e la sua base.
Viviamo un periodo storico di nuovo oscurantismo, di nuova profonda crisi civile, economica e sociale.
Ed in questa fase è necessario, vitale, fissare dei punti fermi rispetto alla nostra azione politica futura.
Per questo ritengo che di fronte alla frammentazione prodotta dalla sconfitta e dall’attacco delle destre nessun progetto di costituente o federazione possa svolgere un reale e solido ruolo di ricomposizione politica e sociale.
Si tratta, invece, di fissare dei punti fermi, dal riconoscere innanzi tutto il PD come nostro antagonista, attesa la sua natura compiutamente borghese, portatrice di interessi padronali.
Ci troviamo di fronte ad un crocevia decisivo per la stessa sopravvivenza del partito ed in questa difficile fase bisogna necessariamente riuscire a liberarsi dalla subordinazione al centrosinistra, o a quel centrosinistra che qualcuno vorrebbe ricostruire, posizione questa che giorno dopo giorno ha finito con l’indebolirci sempre più sia sotto il profilo politico che organizzativo.
Noi non siamo, non possiamo identificarci genericamente sotto un concetto astratto di sinistra, siamo comunisti compagni e non possiamo accettare di subire il condizionamento delle forze riformiste, non possiamo accettare di assistere alla cancellazione dell’identità e dell’autonomia comunista per avviarci verso la costruzione, immediata, o più in là nel tempo, di un partito socialdemocratico.
Affermo questo perché ritengo che non sia possibile dare vigore ad una forza politica anticapitalista che abbia in prospettiva la costruzione del socialismo assieme a SD (o a quella parte di SD che non si è ancora lasciata assorbire dal PD), SD che dichiara apertamente l’obiettivo del bipolarismo, che in materia di pensioni si disse d’accordo con la controriforma pensionistica di Padoa – Schioppa, che è persino riuscita a peggiorare la riforma Maroni, che, volendo guardare anche un po’ più in là nel tempo, era parte di quel governo D’Alema che bombardava la Jugoslavia, che accetta la innegabile contraddizione del liberismo temperato, che oggi lancia perfino appelli ad una parte di RC, perché ci sia la scissione a destra e possano poi costruire insieme un nuovo Partito socialista, a SD che dichiara apertamente la necessità di costruire di nuovo il centrosinistra lanciando un appello al PD “per il futuro o noi o l’UDC”, che dichiara apertamente che ci si dovrà tenere pronti anche ad assumersi nuove responsabilità di governo, o insieme ai verdi, apertamente anticomunisti, di cui una fetta consistente è già confluita nel PD ed un’altra ha già in mente di presentarsi alle Europee dell’anno prossimo sotto un simbolo che raccolga tutti gli ecologisti, o insieme al PDCI, la cui dirigenza non ha ancora sciolto le questioni cruciali che portarono alla scissione del 1998, la cui essenza è innegabilmente governista e di sudditanza al PD, il cui segretario Diliberto ha dichiarato all’ultimo Comitato Centrale del 9 giugno scorso “Attenzione compagne e compagni, a considerarci equidistanti tanto dal Pd come dal cosiddetto Popolo delle libertà. Dobbiamo avere la capacità di distinguere sempre tra chi è il nemico principale. E cioè non
vorrei che siccome il Pd è quello che ha contribuito a schiantarci
finissimo per scambiare lucciole per lanterne e cioè che facessimo una
riedizione postuma di una sciagurata teoria degli anni Trenta che era
quella del socialfascismo.
Dobbiamo essere in grado di distinguere sempre
perché facciamo politica. Dopo di che la critica e gli attacchi al Partito
Democratico da parte mia voi li sentirete in maniera sempre crescente
perché le responsabilità che si sono assunti, anche nel legittimare
proprio questa destra, sono terrificanti. Ma, lo ripeto, attenzione perché
il rischio che scatti in noi una involuzione settaria, che la reazione
alla sconfitta ci porti a rinchiuderci in una logica meramente identitaria
è un rischio molto serio. Dobbiamo insomma scongiurare i pericoli di
estremismo e trovare un punto di equilibrio. Questa è la linea che vi
propongo a nome della direzione del partito”.
Ora, questo non vuol dire che non si debba discutere con i compagni del PDCI, di SC, del PCL, anzi molte battaglie sono convinta saranno portate avanti in comune.
Però, se unità si vuole costruire, e mi riferisco all’unità della classe operaia, questa deve essere costruita passando per il PRC, per le sue battaglie e per la sua storia migliore, costruendo realmente dalla opposizione sociale le condizioni di lavoro che possano produrre percorsi realmente condivisi e partecipati, riappropriandoci, come dicevo, di battaglie che hanno rappresentato la storia migliore di RC, dalla lotta per il diritto al lavoro alla lotta contro la precarietà, abrogazione della legge 30 e oggi del pacchetto sul walfare, lotta per il salario sociale, difesa del Contratto nazionale di lavoro, lotta contro la guerra e le missioni militari, contro le basi e le spese militari, per la difesa dei territori contro le grandi opere inutili e dannose, contro le privatizzazioni, anzi conducendo battaglie che possano invertire la logica di prospettiva, per la difesa dell’autodeterminazione femminile, per la libertà dell’autodeterminazione sessuale, la lotta contro il razzismo, contro la politica securitaria, contro ogni nuova forma di xenofobia, per l’abolizione della Bossi – Fini, attraverso l’unità della classe lavoratrice.
Solo per questa via ritengo si possa ricostruire RC ed avanzare una proposta di unità con tutti coloro che si richiamano al comunismo e alla lotta al capitalismo.
Non cerchiamo altrove soluzioni inesistenti, ripartiamo da noi stessi, rivisitando il pensiero dei padri fondatori del comunismo, ripartiamo dai tanti compagne e dalle tante compagne che ancora credono che la prospettiva verso il socialismo possa e debba passare da RC.

AVIS-SCUOLA DI PALLAVOLO





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